Emily Dickinson, la poetessa ribelle – ultima parte

(Se ti sei perso la terza parte dell’articolo lo trovi a questo link)

È PIÙ DIFFICILE VIVERE
All’opposto dell’amore c’è la morte, che Emily interroga, immagina, cerca di capire e per questo ne è attratta, morbosamente, come l’ape che sugge il nettare del fiore. Emily incontra molte morti che la feriscono: dalla giovane di quindici anni nel 1844, a quella di Bowles, di suo padre, nel 1874, di sua madre, nel 1882, Otis.
Tanto di sé ha investito su quelle persone; quando ella ama, lo fa con tutto il suo essere, dona loro la sua parola, non potendo donare il corpo, e vorrebbe che quel tramite non si spezzasse mai. Al padre, che così tanto chiedeva da lei, che la voleva esclusivamente per sé, Emily era legata profondamente, in quel legame ella aveva trovato la libertà di esistere secondo la sua natura. L’assenza senza fine di Edward Dickinson la priva di riferimenti, e lei vacilla non più perché ubriaca di vita, ma perché ha perso la sua interezza, e così si ammala. Si sente abbandonata, più sola che mai.
Nel 1860 era morta anche la zia Lavinia, che Emily aveva amato come e più di sua madre. La poetessa si sgomenta, l’Oscurità della Morte è impenetrabile, incute terrore, perché la priva per sempre di tutti coloro che ama.
Proprio nell’assenza impara a tollerare il dolore, ma anche a vivere la gioia dell’attesa e del ritorno; confrontandosi con se stessa, diventa consapevole della difficoltà di vivere. Afferma l’incipit di una sua poesia: “ʻTis not that Dying hurts us so – ʻTis Living – hurts us more”, è più terrorizzante vivere che morire.

RECLUSA
Per comprendere il dolore, in senso etimologico per includerlo, contenerlo, e così riassettare attorno ad esso tutte le esperienze, decide di vivere appartata, reclusa, di non uscire più dalla sua stanza, di ricevere le persone da dietro la porta.
Dal 1861 veste esclusivamente di bianco, come una sacerdotessa, pura, vergine, non toccata dall’Oscurità e dal Male. Lì, in isolamento, scrivendo e riflettendo, fa pace con la sofferenza. Nel 1861 in una poesia immagina una persona morta (lei stessa?) che assiste al suo funerale, in versi di una potenza semantica e creativa straordinaria:
I felt a Funeral, in my Brain,
And Mourners to and fro
Kept treading – treading – till it seemed
That Sense was breaking through –
And when they all were seated,
A Service, like a Drum –
Kept beating – beating – till I thought
My Mind was going numb –
And then I heard them lift a Box
And creak across my Soul
With those same Boots of Lead, again,
Then Space – began to toll,
As all the Heavens were a Bell,
And Being, but an Ear,
And I, and Silence, some strange Race
Wrecked, solitary, here –
And then a Plank in Reason, broke,
And I dropped down, and down –
And hit a World, at every plunge,
And Finished knowing – then –

Sentii un funerale, nel cervello
E I passi pesanti di chi mi piangeva
Avanti e indietro, lenti, finché
– mi parve – il senso prendesse ad affiorare –
E quando tutti furono seduti,
il Rito come il suono di un tamburo –
un ansito continuo finché mi parve
che la mente mi si intorpidisse –
E poi udì sollevare la cassa,
e scricchiolarmi nell’anima
con gli stessi stivali di piombo, di nuovo,
e poi lo spazio cominciò a suonare a morto,
come se i cieli fossero una campana
e l’essere, un orecchio,
e io e il silenzio, una razza strana,
naufraga, solitaria, qui.
E poi un asse nel cervello si spezzò,
e caddi giù, e giù – colpendo
un mondo a ogni tuffo
e finii di capire / finii col capire, allora

Cos’è dunque la Morte? Cosa c’è dopo di essa? Il nulla, il vuoto, l’eterna assenza. Il senso è percepibile, in uno stato di estasi, ma resta ineffabile. Come una mistica Emily, uscendo da sé, vede che l’abisso che separa il corpo e l’anima, la morte e la Vita, la Circonferenza misteriosa, si risolve nella morte.
Negli ultimi anni di vita si ammala gravemente, muore il 15 maggio 1886.
Pochi giorni prima aveva scritto un biglietto per le cugine Norcross, le figlie di zia Lavinia: “Called back” richiamata. Anche Emily aveva avuto la sua chiamata, infatti, nell’anno stesso in cui morì suo padre. E ora sente di “tornare” in quel luogo, incomprensibile ai sensi umani, che ora vede.
In un condizione cioè dove non c’è più differenza tra corpo e anima, tra Vita e morte, tra pensiero e azione, dove la parola riesce a vivere in pienezza di significato e abita il mondo intero. Dove non c’è solitudine, ma solo Eternità, ritorno, consolazione.
In conclusione, avendola ascoltata, e cercato di comprendere, vedo Emily Dickinson danzare nell’immaginazione, libera, leggera, ebbra della gioia della vita, davanti a un pubblico immenso, di vivi e di morti, ormai uguali, di cui lei non si cura.
Si preoccupa solo, ma per poco, di non saper danzare sulle punte: I cannot dance on my toes, Non so danzare sulle punte, recita il capoverso di una straordinaria poesia.
Non importa, nel sogno è possibile anche questo.

Nota bibliografica, che può servire anche da spunto per ulteriori letture.
Le poesie originali sono state prese da:
Emily Dickinson. The Complete poems, a cura di G. Ierolli, https://www.emilydickinson.it/poesie.html
La traduzione in italiano delle stesse si trova in:
Barbara Lanati, Emily Dickinson, Silenzi, Fetrinelli
Barbara Lanati, Sillabe di seta, Feltrinelli
Per biografia e critica mi sono servita di:
Barbara Lanati, Vita di Emily Dickinson. L’alfabeto dell’estasi, Feltrinelli,
Harold Bloom, Emily Dickinson, Chelsea House Pub
Marisa Bulgheroni, Nei sobborghi di un segreto, Mondadori

Articolo di Anna Ferrari

(Photo by Siora Photography on Unsplash)

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